Storia dei tatuaggi

Il tatuaggio è una pratica in uso da secoli in molte culture nel mondo. Dalla Nuova Zelanda al Sud America, numerose sono le testimonianze della diffusione del tatuaggio.

Tatuaggio polinesiano


Incidere sulla propria pelle un simbolo o un semplice segno è legato alla volontà dell’uomo di esprimersi e di fare arte. Chi decide di farsi un tatuaggio spesso sceglie dei simboli che per lui hanno un significato e rafforzano l'immagine che egli ha di sé.

Il tatuaggio nasce infatti come pratica d'iniziazione anche se nel corso dei  secoli le motivazioni sono cambiate, per diventare oggi, sempre più, un elemento di decorazione.


La parola tatuaggio deriva dal polinesiano "tatau" che significa battere o marchiare, derivata dal termine "tau-tau", onomatopea che ricordava il rumore prodotto dal picchiettare del legno sull'ago per bucare la pelle.
E’ stato il capitano James Cook, nel 1769, ad usare per la prima volta il termine Tattow, poi diventato Tattoo, annotando nel suo diario di viaggio le tecniche di tatuaggio usate dagli indigeni polinesiani.

 

Vi sono tracce di tatuaggi nell’antica civiltà egizia e romana. Gli egizi per esempio li usavano durante le cerimonie funebri, come sono rinvenuti tatuaggi sui corpi delle danzatrici.
Nell’antica Roma inizialmente il tatuaggio era vietato ed adoperato solo come strumento per marchiare criminali e condannati. Successivamente, in seguito alle battaglie con i britannici in cui l’uso del tatuaggio era usato come segno distintivo d'onore, alcuni soldati romani cominciarono a tatuarsi sulla pelle i propri marchi distintivi.
Fra i primi cristiani era invece diffuso il costume di tatuarsi sulla fronte un tau, il simbolo della croce di Cristo.
Quando poi il Cristianesimo diventò religione di Stato, fu vietata l’usanza di tatuarsi il corpo, così che questa pratica cadde un po’ in disuso in Europa.

 

tatuaggio indigeno

I popoli dell’Oceania  vantano una lunga tradizione nell’arte di tatuarsi il corpo.
In Polinesia il tatuaggio era considerato un segno per distinguersi all’interno della società, ed era praticato dalle classi sociali più elevate. Esso aveva anche un significato di iniziazione alla vita adulta, essendo praticato ai bambini durante la pubertà. Il tatuaggio era utilizzato anche per attirare a sé le donne, visto che queste preferivano l’uomo che ne fosse interamente ricoperto.
In Nuova Zelanda i Maori firmavano i loro trattati disegnando fedeli repliche dei loro "moko", tatuaggi facciali personalizzati. Questi moko sono usati ancora oggi per identificare chi li porta come appartenente ad una certa famiglia o per simbolizzarne i successi ottenuti nella vita.
In Borneo gli indigeni si tatuavano sul palmo della mano un occhio in modo che li potesse guidare nel loro passaggio all'aldilà.

In Europa le condanne contro la pratica del tatuaggio  proseguirono fino al XV secolo. Tornò in uso, successivamente alle esplorazioni oceaniche del XVIII secolo, che fecero conoscere questa usanza da parte dei popoli dell'Oceania.
E’ cosi che alla fine del XIX secolo l'uso di tatuarsi si diffuse anche fra le classi aristocratiche europee, il tatuaggio diventa così un’espressione di “body art”. Tatuati celebri furono, ad esempio, lo Zar Nicola II e Sir Winston Churchill.

Il XX secolo segna invece un repentino ritorno al passato. Tatuaggio marinaioIl tatuaggio viene considerato come appannaggio dei ceti più bassi della società. Sono infatti le classi più umili come i carcerati, i malavitosi o i marinai che ricorrono al tatuaggio.
Nei successivi anni ’60 e ’70 i movimenti giovanili ricorrono al tatuaggio come forma di trasgressione e per affermare la loro netta contrapposizione ad un determinato sistema.
Dagli anni ’90 in poi, il tatuaggio è invece diventato un fenomeno di costume, che si lega ad una scelta personale di abbellire il proprio corpo. E’ in questo periodo che fioriscono riviste specializzate per gli appassionati del settore.

 

 

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